dalla chiesa

Del Nando e dell’Ambrogio

Il mio mentore in campo antimafioso e non solo, Nando dalla Chiesa, ha ottenuto un prestigioso riconoscimento dalla città di Milano per il suo trentennale impegno contro la mafia e per quello che ha creato all’Università degli Studi di Milano. Sto parlando ovviamente dell’Ambrogino d’Oro, benemerenza cittadina ai più alti livelli. Cosa che mi ha stupito, perché questa città, non discostandosi affatto dall’andazzo generale nel paese, i riconoscimenti ai suoi figli migliori li fa sempre postumi, quando sono di semplice testimonianza e il soggetto grandemente ammirato dal popolo onesto e perbene (e inviso alla classe dirigente corrotta e collusa) non può più nuocere agli interessi che contano.

Che dire, speriamo sia l’inizio di un’inversione di tendenza (almeno a Milano, anche se dubito). Quel che è certo è che una delle motivazioni per cui chi vi scrive è quotidianamente disgustato da ciò che lo circonda è anche e soprattutto per gli oramai quotidiani e vergognosi attacchi che uno come Nando dalla Chiesa riceve da persone senza arte, nè parte, ma soprattutto senza dignità. Per averlo difeso l’anno scorso dal primo di una lunga serie, mi son beccato anche la scomunica in pieno stile “macchina del fango” dall’imbrattacarte di turno (che se fossi come davvero mi ha descritto, ora era in tribunale querelato per diffamazione).

Diceva Giovanni Falcone: “Per lungo tempo si sono confuse la mafia e la mentalità mafiosa, la mafia come organizzazione illegale e la mafia come semplice modo di essere. Quale errore! Si può benissimo avere una mentalità mafiosa senza essere un criminale“. (Cose di Cosa Nostra, pag. 80-81)

A giudicare da quegli attacchi, mi pare oramai che larghi strati dello stesso movimento antimafia siano impregnati da mentalità mafiosa: lo vedi dalla loro ferocia e dalla loro volgarità. Fanno rabbrividire, perché siamo ben oltre la categoria del “cretino” sociologicamente definito. E ogni giorno di più mi rendo conto che aveva drammaticamente ragione Sciascia quando, nel famoso articolo sui professionisti dell’antimafia, scriveva, a proposito dell’antimafia come strumento di potere:

Prendiamo, per esempio, un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi – in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei – come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra (che sono tanti, in ogni paese, in ogni città: dall’acqua che manca all’immondizia che abbonda), si può considerare come in una botte di ferro. Magari qualcuno molto timidamente, oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo; e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel consiglio comunale e nel suo partito, chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un’azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno.

Oramai in Italia basta iscriversi ad un’associazione antimafia, fare un banchetto, scrivere un articolo, per diventare subito esperti del fenomeno mafioso. No, cari miei, non funziona così. Ne deve passare di acqua sotto ai ponti prima che ci si possa definire esperti di qualcosa, figuriamoci di un fenomeno complesso come quello mafioso. Congratulazioni, quindi, a Nando dalla Chiesa, che è la dimostrazione vivente che per fare grandi cose non occorre fare gli eroi, ma basta saper fare modestamente il proprio mestiere, come diceva Calamandrei.

Scusate se è poco di questi tempi.