Ciao Dante, la tua estate vive dentro di noi

Questo è il mio ricordo di Dante Franceschini, che ho inviato all’iniziativa che avevamo organizzato ad Ariccia venerdì 13 giugno scorso (Per Enrico, Per Dante, Per Esempio – perché la politica è una cosa bella). Non ho potuto partecipare a causa della scrittura tesi, che oramai sta uccidendo la mia vita sociale. PF

Cari compagni e care compagne,

perdonerete la mia assenza, ma sopraggiunti impegni universitari mi impediscono di essere là con voi, come desidererei. Ho deciso di mettere per iscritto le parole che avevo in mente per ricordare Dante, il compagno Franceschini, anche se non sarà la stessa cosa. Non parlerò di Enrico Berlinguer, anche perché negli ultimi 7 anni penso di averne scritto più io di chiunque altro e ho all’attivo anche un libro, quindi lascio l’onere e l’onore di ricordarlo ad altri.

Faccio fatica a parlare di Dante, non perché non lo conoscessi bene, ma proprio perché quelle poche volte che ci siamo visti ci siamo conosciuti troppo. E attraverso lui e le sue parole ho potuto conoscere anche meglio Enrico Berlinguer. Come Enrico, Dante era una persona di specchiata onestà che aveva dedicato la sua vita a un ideale. Non uno qualsiasi, perché è anche ora di smetterla con questa balla che tutti gli ideali si equivalgono: lottava, lui come tanti altri della sua generazione, per una società socialista che rispettasse tutte le libertà, meno una: quella di sfruttare il lavoro di altri esseri umani. Perché checché ne dicano Lor Signori, la libertà senza giustizia sociale è solo libertà di morire di fame, come disse una volta l’indimenticato Sandro Pertini.

Ricordo ancora quando nel luglio scorso, alla presentazione del mio libro, in un contesto surreale nel quale io ebbi meno tempo a disposizione di altri due relatori che spararono a zero su Berlinguer, Dante prese la parola e in due minuti diede una lezione di stile a tutti i presenti: parlava piano ma le sue parole erano pietre e nessuno si azzardò a replicare. A dimostrazione che la laurea non ti rende necessariamente una persona intelligente e che si impara molto di più da chi aveva la quinta elementare come lui che da certi professoroni.

Aveva 92 anni, ma per difendere Enrico si arrampicò non so ancora oggi con quale forza su un palco talmente appeso che facevo fatica io a salirci. E lo fece senza insultare nessuno, nonostante la durezza della sua replica. E subito dopo di lui prese la parola anche Mario Benedetti, il meccanico di Enrico, che con la sua proverbiale ironia fece presente agli altri due “professoroni” che: “Il cervello è come un paracadute: se non l’apri non funziona. E a me pare che oggi i paracadute non si so’ aperti.”

Ecco, ora che non c’è più, abbiamo un paracadute aperto in meno. E che paracadute. Di quelli di una volta, che non venivano fabbricati in serie, anche se era nato ai tempi in cui la catena di montaggio distruggeva la vita dell’operaio. La sua indole gentile e il suo darsi agli altri per il semplice piacere di farlo, senza pretendere nulla in cambio, sono il fulgido esempio di come la politica possa essere una cosa bella. Perché la politica è una cosa bella, se è vissuta per migliorare la vita degli altri e non solo la propria. Diventa brutta, smette di essere politica, nel momento in cui diventa ricerca di successo personale e soddisfazione di interessi particolari.

Noi giovani siamo abituati a considerare politica quello che politica non è ed è per questo che stiamo lontani dalla politica. Dante lo aveva capito e il suo affanno fino all’ultimo giorno fu convincere noi giovani del contrario, che la politica poteva essere una cosa bella perché se lo era ai suoi tempi, non c’era alcuna ragione perché non potesse diventarla anche ai nostri. E da questo punto di vista lo ringrazierò sempre per gli incoraggiamenti ad andare avanti con quello che facciamo e per la fiducia che ci ha dato.

È un peccato che non tutti abbiano ereditato la grandezza d’animo di Dante e che taluni vedano i giovani che si occupano di politica, quella vera quella bella, come un problema. Detto francamente, benché siano fastidiosi nel cercare di tarparci le ali e spegnere ogni nostra forma di entusiasmo, ce ne freghiamo altamente di chi aveva il dovere di preservare con l’esempio una grande eredità e invece l’ha dispersa per entrare nel salotto buono. Che poi, a ben vedere, quel salotto fa parecchio schifo, benché punti tutto sull’immagine e nulla sulla sostanza.  E ributtanti sono quelli che lo frequentano nella speranza di mantenere una seggiola con uno stipendio.

Dante della seggiola e dello stipendio se ne fregò sempre: basti pensare che poteva, dopo la morte di Berlinguer, garantirsi una rendita a vita facendo l’autista alla Camera e rifiutò. Probabilmente qualcuno, in quel partito che stava mettendo in soffitta Berlinguer e la questione morale, gli diede anche del cretino, ovviamente alle spalle. Ma Dante non era un cretino: era un Uomo con la U maiuscola. E fino all’ultimo giorno della sua vita diede una lezione di stile ai tanti che oggi pensano sia meglio l’uovo oggi che la gallina domani.

In questi giorni in cui tutto sembra perduto Dante Franceschini ci ha insegnato a non smettere di lottare mai. Mise in pratica una bellissima immagine di Albert Camus: «fu nel pieno dell’inverno che ho scoperto dentro di me un’estate che non si dà per vinta.» Oggi fa più freddo di ieri, ma per far sì che Dante e quelli come lui non ci abbiano scaldato invano è necessario che noi giovani, quell’estate, la tiriamo fuori. Perché come diceva Enrico Berlinguer: “Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e l’ingiustizia.”

 Ciao Dante, la tua estate vive dentro di noi.