Quelle rondini di Palinuro, 14 anni fa

L’altro giorno facevo un bilancio degli ultimi 11 anni senza di te: in fondo non me la sono cavata male. Con te sarebbe stato meglio, nemmeno a dirlo, anche se a giudicare dai rispettivi caratteri, avremmo litigato senza dubbio di più. Non ho seguito le tue orme e non sono diventato quel che tu saresti voluto diventare e non sei diventato perché le condizioni non te l’hanno permesso (un ingegnere… anche se ai pivellini laureati tu, con il tuo diploma, facevi mangiare la polvere).

Meglio così: se oggi piscio in testa a gran parte delle facce da culo che anche tu combattevi quando eri in vita quotidianamente, è anche perché tu mi hai insegnato a non fare affidamento ai cognomi e alle biografie dei padri. A noi Farina non piacciono le strade in discesa, ma solo perché ci piace guardare le cose dall’alto.

Ripenso spesso a quel 23 luglio maledetto, di 11 anni fa: a quella malattia da cui eri guarito e che in realtà covava ancora sotto le ceneri per colpa dell’incompetenza di qualche anonimo imbecille alla macchina della radioterapia. Sarà per questo che ho un brutto rapporto coi medici: del resto, a tua figlia mia sorella i gran luminari della scienza hanno tolto la possibilità di camminare. E per la cronaca, non potevano che essere di Comunione e Liberazione, lottizzati col Manuale Cencelli.

Quella promessa che ti ho fatto sul letto di morte, di continuare a studiare, l’ho portata a termine due settimane fa: devo dire che ci si sente più leggeri. Ora sono felicemente occupato, ma non retribuito: tranquillo, troverò una soluzione soddisfacente, senza per forza di cose darmi alle rapine in banca. Del resto, se facessi quello che faccio per uno stipendio mi sarei dato già al mestiere più affollato del Belpaese: il leccaculo di professione.

Sfogliando l’album di fotografie che pazientemente 11 anni fa costruii con quelle che avevi conservato negli anni (soprattutto tue, la passione per la fotografia me l’hai passata probabilmente nel sangue), ho ritrovato questa che ho scattato 11 anni fa con la tua Olympus a pellicola: devo dire che era bello scattare per caso e cogliere istanti senza visualizzarli subito dopo su uno schermo lcd da 3,2″.

Era il 2000, la nostra penultima estate insieme a Palinuro: come ogni anno, andavamo insieme in canoa fino al Buondormire e in quella splendida spiaggetta dove attraccavamo di fronte al Coniglio, di cui rimane poco o nulla a causa di una mareggiata, trovammo due rondinoni nascosti tra le rocce, caduti chissà da quale nido, incapaci di volare. Erano destinati a morire. Noi invece ce li siamo presi, li abbiamo portati a casa e li abbiamo curati: ogni mattina andavi a prendere la carne trita e li imboccavi. Non erano ancora pronti per volare quando ce ne dovevamo andare, così li abbiamo lasciati alle cure di altri del posto.

Tempo dopo abbiamo saputo che solo uno dei due si era salvato: senza di te, però, nessuno dei due avrebbe spiccato il volo. Ecco la tua più grande lezione: basta un solo gesto di amore disinteressato per cambiare ciò che sembra segnato. Basta abbandonare l’indifferenza per la sofferenza altrui per cambiare questo mondo e renderlo un posto migliore.

Tu, nel tuo piccolo quotidiano, hai dimostrato che, anche se costa fatica, è meglio la strada in salita, la via più difficile, perché il primo raggio dell’alba è quello più bello e la vista da lassù è mozzafiato. Le fatiche, le sofferenze, il dolore e le delusioni sono il prezzo da pagare, la montagna da scalare: ma è solo da lassù che si può imparare a volare.

A volte sembra che le persone che vivono la propria vita con discrezione come hai fatto tu non abbiano nulla da dire, perché hanno vissuto nell’ombra; e invece, quando non ci sono più, ci si accorge che nel silenzio dei loro gesti quotidiani hanno costruito molto più di altri vissuti alla luce dei riflettori.

Ciao papà, perché anche se non guardiamo più l’alba insieme, grazie a te oggi posso volare. Libero, come lo eri tu.