Aquile e Volpi, istruzioni per l’uso

Tornato dal viaggio a Londra e da una tappa ad Oxford da Federico Varese (bellissima giornata, per qualche ora ho respirato aria pura, vero ossigeno per il cervello), m’è capitato sotto mano un mio vecchio libro del liceo. M’è letteralmente caduto in testa, mentre sistemavo i preziosi doni ricevuti da Varese (due gustosi numeri di Global Crime, tra cui l’ultimo, appena uscito): è il libro delle favole di Esopo, ovviamente con testo greco a fronte.

Mi si è aperto su una pagina che di favole ne aveva ben due. La prima si intitola “L’Aquila e la Volpe” e riguarda il tradimento dell’amicizia: è antichissima, tanto da essere presente già in Archiloco, risale alla tradizione pre-greca e si trova nella storia babilonese di Etana. Eccola:

Un’aquila e una volpe, fattesi amiche, stabilirono di abitare una vicino all’altra, pensando che la vita in comune avrebbe rafforzato la loro amicizia. Ed ecco che la prima volò sulla cima di un albero altissimo e vi fece il suo nido; l’altro strisciò sotto il cespuglio che cresceva ai suoi piedi e qui partorì i suoi piccoli. Ma un giorno, mentre la volpe era uscita a cercar da mangiare, l’aquila, che si trovava a corto di cibo, piombò nel cespuglio, afferrò i volpacchiotti e se ne fece una scorpacciata insieme coi suoi figli.

Quando, al suo ritorno, la volpe vide che cosa le avevano fatto, fu colta da un dolore che non era nemmeno tanto grande per la morte dei suoi piccoli, quanto per il pensiero della vendetta: animale di terra, essa non aveva infatti la possibilità di inseguire un volatile. Perciò, immobile, di lontano, unico conforto che rimane ai deboli e agli impotenti, lanciava maledizioni alla sua nemica.

Ma non passò molto e toccò all’aquila scontare il suo delitto contro l’amicizia. Infatti, un giorno che in campagna si offriva in sacrificio una capra agli dei, essa piombò giù e si portò dall’altare uno dei visceri che stava prendendo fuoco; ma quando lo ebbe trasportato nel suo nido, un forte soffio di vento lo investì e da qualche filo di paglia secca suscitò una vivida fiammata. Così i suoi piccoli – volatili ancora impotenti – furono bruciati e cascarono al suolo. La volpe accorse e se li divorò tutti sotto gli occhi della madre.

La favola mostra come coloro che tradiscono l’amicizia, se anche, per impotenza delle vittime, sfuggono alla loro vendetta, non riescono però MAI ad evitare la punizione degli dei.

La seconda è più breve, si intitola “La Volpe e il Serpente” e narra degli effetti nefasti dell’invidia:

Una volpe, vedendo un serpente coricato, fu presa d’invidia per la sua lunghezza, e le venne voglia di uguagliarlo: si stese giù vicino a lui e cercò di tendersi, fino a che, per gli eccessivi sforzi, la malaccorta crepò. Questo capita a coloro che per invidia si mettono a gareggiare con quelli più dotati di loro: prima di poterli raggiungere, muoiono.”

Entrambe m’hanno colpito, perché calzano quasi alla perfezione con vicende recenti. Dal tradimento alla voglia di gareggiare… ovviamente, per citare Gramsci, certa gente tenta di “fare il deserto per emergere“, ovvero insinuando e spalando fango sul sottoscritto, ma è ben difficile che ci riescano, ho due virtù a cui sono affezionato: “l’onestà” e la “coerenza”. Mi si può accusare di tante cose, ma non l’incoerenza e la disonestà. E forse è proprio questo che li fa impazzire.

Parlo in generale, ma le code di paglia leggeranno e capiranno benissimo: io ho i miei progetti, le mie idee, i miei ideali e li porto avanti, vivaddio con gente onesta, preparata e coerente che li condivide con me. Tutto il resto, dalle beghe della Sinistra a quelle dell’antimafia non me ne può fregar di meno, ho di meglio e di più bello da fare nella vita (cosa che ho ben capito procurare gran fastidio a taluni). Ci ho tenuto a ritrascrivere le favole perché, chissà, magari insegneranno qualcosa a qualcuno. Di certo ho ben vivo l’ammonimento della mia nonna materna, che purtroppo non ho conosciuto, riportato dalla gloriosa progenitrice: “Fai il bene e dimenticatelo: è del male che ti devi ricordare, perché ti ritorna tutto indietro“. Per quel che mi riguarda, male non ne faccio. Anche perché, come disse Fra Cristoforo a Don Abbondio: “Verrà il giorno…” e a quel giorno voglio arrivarci con la coscienza a posto.

Consiglio agli amici: ignorate le aquile e ridete della stupidità delle volpi. Ci sono troppe cose belle da fare, da vedere e da amare a questo mondo per sprecare il nostro tempo con loro.